La musica che non è nelle mie orecchie

La musica che non è nelle mie orecchie è quella dei lamenti. I lamenti di chi in Italia butta sassi su chiunque non gli conferisca ciò che ritiene diritto acquisito per natura.
Sto parlando di tanti musicisti (o pseudomusicisti) italiani e penso che con questo blog mi attirerò le ire di molti. Ma poco male, l’avevo detto dall’inizio che a volte avrei anche fatto incazzare le persone.

Il panorama di chi suona in Italia è davvero vario e multiforme e, ahimé, condito di tanti luoghi comuni e parole pronunciate con i denti cariati dall’ignoranza e la lingua putrefatta dall’arroganza.
Bel quadretto no?

Partiamo da un dato di fatto. L’aspirazione del musicista medio italiano, parlando non di chi sta compiendo una carriera di tipo professionale, ma delle migliaia di persone che imbracciano uno strumento e formano una band, è “sfondare”.
Si deve automaticamente passare da uno status di nessuno a quello di star ben rivestita e filmata da ogni singola telecamera sia collegata a un tv show o altro.
Beninteso, avere il sogno del “successo” è una cosa positiva, lungi da me dire che questo non debba avvenire o sia da demonizzare.
Ma da qui a farne l’unica ragione dell’esistenza del proprio io musicale, ce ne passa.
Così, in questa visione a senso unico, si perde spesso ogni contatto con le proprie realtà locali, si guarda alla lontana linea del, difficilissimo, traguardo e non si dà importanza a nient’altro.

Il problema è quando questo nient’altro diventa “dovuto”.
E io, nel mio piccolo, mi incazzo.

La colpa è dei locali che non ci pagano e non ci fanno suonare se non gli portiamo pubblico“.
Ecco, se volete litigare col qui presente (scrivente) basta pronunciare questa semplice frase, così, a muzzo come dicono in Sicilia.
Chiariamo un concetto di base: per anni ho portato avanti progetti di musica originale, scontrandomi in più parti del nostro paese con qualsiasi pezzo di materia organica anfibia comunemente detta merda (cit.) che avesse in gestione un evento o un locale.
Quindi SO quando si viene trattati male o presi in giro. Ho discusso, a volte con la voglia di mettere le mani addosso a qualcuno.
E ho speso più di quanto abbia mai pensato solo di guadagnare con i concerti. Altro che la “fatica” di scaricare e caricare gli strumenti dall’auto, ma fatemi il piacere…
Conosco quindi bene quei personaggioni che raccontano le favole, che ti dicono “pago X” e poi vogliono “pagare Y” solo dopo, quando non hanno visto gente nel proprio locale, quando la cassa gli ruba l’onore e il rispetto.

Ma detto ciò, negli anni per vari motivi ho conosciuto anche bene come stanno  le cose “dietro il banco”, quando ci sono gli onesti che ti propongono, in trasparenza, le cose come stanno.
E mi sono reso conto dell’arroganza con cui, ahimé, molta gente agisce anche tra musicisti.

Alcuni si lamentano perché li pagano “poco”, perché loro sono lì a lavorare e non devono essere loro a portare gente perché fanno “i musicisti e non i PR”.
Bene, la cosa ha anche un senso logico in determinate situazioni, ma analizziamo le cose anche in un’altra ottica per avere un quadro completo.

Questione “soldo”.
Soprattutto in questo periodo, baciate per terra se a) c’è un locale che fa suonare emergenti e b) che riesce a darvi 100 euro.
Intanto i 100 euro che dà a voi non sono quelli che si tira fuori di tasca. Quindi tra tasse e siae, calcolatene più del doppio!
Poi, mensilmente viene stabilito un budget massimo e di solito per i locali medio-piccoli (la maggior parte in Italia) non parliamo di cifre astronomiche, ma di un paio di migliaia di euro mensili.
In questo budget il direttore artistico deve farci rientrare tot serate, ma se dà 400 euro a una band va da sé che…
Ma lui che vuol far suonare tutti e spera di riuscire a mettere tutti d’accordo è il cattivone che non ha passione per la musica, invece la band che pretende una paccata di soldi e con questo sa di tirar via il posto ad altri, no, loro sono dei grandi appassionati col cuore in mano… ma guarda un po’ come gira il mondo…
Torniamo ai 100 euro e introduciamo la questione “a lui interessa vender le birre”.
No, a lui interessa tenere aperto il locale dove voi suonate, perché una volta chiuso non suona più nessuno e un bel po’ di persone perdono il lavoro.
Forse non si notano, mentre al bancone ci gustiamo la birra e ci gloriamo di sapere che “con un fusto di chiara ci si guadagna tot” (il tutto con risatine e annuimenti presumendo di aver detto cosa furba),  ma ci sono quelle figure chiamate baristi, luce, gas, affitto, tasse, permessi, fornitori, addetti alle pulizie, mantenimento di impianti, etc… etc… tante menate che annegano in ognuna di quelle birre che stiamo scolando, servite da gente che spesso lavora molte ore al giorno.
Lo sapete vero che se ognuno dei musicisti venisse pagato con 100 euro (perché una band di 4 elementi che ne chiede 400 tanto chiede e c’è chi si presenta in trio o duo e chiede lo stesso…) prenderebbe uguale o più di quello che prende normalmente al netto un barista o una cameriera in locali normali? Per qualche ora di lavoro (che non è proprio la miniera…) contro le otto o le dieci dei suddetti (a volte di più).

Volevo mettere la questione “lavoro” tra virgolette. Non vi alterate, anche per me la musica è un lavoro e anzi, io prego per il fatto che prima o poi ci sia una migliore regolamentazione delle figure professionali in Italia per quanto riguarda la musica, a tutti i livelli. Qualcosa di meglio dell’inutile enpals.
So benissimo anch’io che non sono solo le suddette ore, ma anche quelle delle prove, il costo dei ricambi, etc… ve l’ho detto, sono anch’io ben piantato coi piedi in questo mondo e certo sto dalla parte di chi fa musica, prima di tutto!
Quello che però mi fa davvero sorridere è il fatto che si venga a dire “io lavoro” solo ed esclusivamente nel momento del litigio.
Tu lavori? Allora fattura, cazzo. Tira fuori le tue licenze, la tua p.iva, pagaci le tasse. Se chiedi 3/400 euro a data è probabile che a fine mese tu abbia un secondo stipendio…
Com’é, se il gestore ti paga a nero e tu ti metti in tasca il lordo (IL LORDO!!!) va tutto bene o al massimo è lui il disonesto e tu no?
Ecco un altro motivo per cui a volte bisognerebbe tacere.
(p.s. perdonatemi i “tu” e i “voi”, sono comunque da intendere del tutto impersonali)

Veniamo infine alla questione “PR”.
Ma fai il musicista o vendi lattine alla stazione??? *
E allora, un po’ di pubblico avrai le palle di fartelo, almeno nella tua terra, o no?
Ci sarà un neurone che ti dice “almeno diamoci una mano insieme a realizzare una bella serata”? Non è tutto dovuto, come sempre.
Ci si può alterare, ed è legittimo, se ci viene offerta la serata del mercoledì (vuota) e ci viene “intimato” di portare gente altrimenti non ci pagano. Ecco, queste sono le situazioni in cui fare “a schiaffi”.
Ma per il resto, ma un po’ di umiltà no? E magari un pizzico di intraprendenza?
Suonate da dieci minuti, ok lo capisco che non avete un seguito (anche se io un po’ di amici alle prime uscite li ho sempre portati, non è difficile, c’è una cosa che si chiama rubrica del telefono, per non parlare adesso di facebook), ma se suoni da anni e non porti mai nessuno, amico mio, fatti una domanda e datti una risposta!
(Messaggio per cover e tribute band trite e ritrite: non state lì a diffondere nuova conoscenza, siete degli intrattenitori, che fanno copie-carbone di pezzi noti. E un intrattenitore del genere che non ha un seguito, a che cazzo serve? Ad alimentare l’arte de che?)

E qui mi collego direttamente all’altro luogo comunissimo: “all’estero è sempre meglio”.
Punto primo, anche all’estero ci sono dei figli di puttana, ahimé il virus arriva anche lì.
Ma poi, che significa l’estero? Francia, Spagna, Portogallo, Inghilterra, Danimarca, Mozambico…. cosa? dove? Stati Uniti? Ah bé cazzo, meno male che qualcuno mi ha fatto notare che Alberobello non è Austin, Texas, non l’avevo proprio capito…
Volete l’estero? Anch’io, siamo d’accordo, sono anni che lo dico!
Allora sapete spesso all’estero come funziona? Che il locale non vi dà una lira e vi dà la licenza di poter vendere i biglietti per la serata e l’incasso è vostro.
Magari dico io fosse così!
Così quella mandria di pelandroni che vuole 400 euro e attira tre persone si renderebbe ben conto di cosa vuol dire aver intascato 15 euro e dover comunque garantire due ore di musica a livello professionistico.
Volete l’estero? Bene, beccatevi la MERITOCRAZIA!!!

Last but not least, vi chiedo un altro momento prima di preparare i chiodi per la mia crocifissione.
Ma la gente che si lamenta, cosa FA realmente per la musica emergente? (la risposta “suonare i propri pezzi” non vale)
Creano associazioni per raccogliere le forze di più band insieme?
Fanno tavole rotonde per presentarsi nei locali con progetti più articolati insieme ad altre band?
Organizzano eventi?
Si danno da fare con le istituzioni della propria terra per guadagnare spazi?
Con le altre band dividono la promozione? Tipo: facciamo ognuno 5000 volantini però in fondo ognuno ci scrive “se ascolti noi ascolta anche:” con i nomi di altre band emergenti? In questo modo non sono più solo 5000 i volantini che valgono  per ognuno, ma 10, 15, 20mila etc…
Potrei continuare per giornate intere.
Io non dirò “quelli non fanno”, invito tutti a una riflessione personale.
Se il maggior tempo investito è fare i cazzi propri, comprarsi lo strumento nuovo, i jeans e la camicia figa per star bene sul palco, cercare di soffiare la serata a qualcun altro o tentare in tutti i modi di strappare i 100 euro in più al locale che NON ti cambieranno la vita… ecco, non parlate con me, ho solo brutte parole.

Lo so avrei dovuto parlare tanto anche dei musicisti emergenti che invece ci mettono cuore e anima, che ci credono e che io, ad oggi, ammiro e invidio. Avrei dovuto più che accennare a tutti quei problemi che invece ci sono, reali, in questo paese che non dà spazio per respirare a chi fa musica, non dà merito e/o una qualche tutela.
Avrei dovuto parlare di come si possano creare spazi per dare un po’ di voce anche a chi è all’inizio ma vuole farsi ascoltare, perché i modi ci sono.
La mia premessa iniziale è che conosco bene tutto, non c’é bisogno di ripetere ancora una volta quanto stiamo messi male.
C’è bisogno, invece, di rimboccarsi le maniche, smetterla di sedersi col culo sulla sedia e scrivere su facebook quanto ci stia sul cazzo l’ultima pop star uscita da X-Factor e iniziare invece ad aiutarsi l’un l’altro, collaborare, sfruttare ciò che localmente c’è di buono e se si trovano gli spazi in cui c’è possibilità di trattativa serena, coltivarli facendo qualche compromesso, rendendosi conto di qual è la realtà, che questa non è la Swinging London degli anni ’60, tantomeno l’epoca del boom.

Altrimenti si fa come quel “musicista supereroe” che rispose a un direttore artistico, mio caro amico, “io per 100 euro non esco neanche di casa”.
E lui giustamente gli rispose “eh, mi sa che rimani molto tempo a casa infatti”.

Ok, ora potete lanciare i sassi ;)

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* Onde evitare spiacevoli equivoci mi preme precisare che questa frase provocatoria non è ovviamente rivolta ai musicisti professionisti che fanno 50/100 o più date l’anno in cui è lapalissiano che non possano sempre portare tutti gli amici e conoscenti. I know how the world works…

Note, feeling e James Marshall Hendrix

Mi sento in colpa quando la gente dice che sono il migliore chitarrista al mondo. Non mi interessa essere bravo o no. Quello che importa è il feeling, averlo o non averlo. Se solo la gente guardasse le cose due volte e pensasse in termini di feeling. Il tuo nome non conta nulla, è il tuo talento, il tuo feeling che conta, devi sapere molto più della tecnica delle note, devi conoscere il suono e quel che c’è tra una nota e l’altra“. J.M.Hendrix

Penso sia una delle mie citazioni preferite di sempre in ambito musicale.
Oggi non scriverò granché, malgrado sia ben visibile un bel “papiro” subito qui sotto. Non scriverò perché in realtà tutto ciò che riporto qui lo avevo già impresso a caratteri bold su un mio vecchio spazio web, ormai finito nel dimenticatoio e prossimo alla chiusura. Proprio per questo, oltre al credere che il valore delle parole non ha tempo, copio nuovamente tutto in questa pagina di blog, prima di perdere parole che racchiudono parte della mia visione della musica e dell’approccio al mio strumento.

Eccole.

Questa è la mia opinione e parlo per chi come me suona musica popolare, non colta.
Il dilemma del “lento o veloce”, delle 4 note o quarantamila, è sempre interpretato male da entrambe le parti.
Personalmente credo che quello che possiamo chiamare “feeling” non sia un sentimento campato per aria che discende sul chitarrista e chi lo ascolta come lo Spirito Santo, ma una caratteristica ben precisa della musica, identificabile, tracciabile e, last but not least, esercitabile.
Uno strumento come la chitarra elettrica ha dei limiti rispetto ad altri, ma anche un privilegio, quello di poter coltivare un’espressività abbastanza simile a quella di una voce, basti pensare al portamento/bending.
In più, soprattutto nei generi in cui l’impatto musicale è prima di tutto “fisico” più che “mentale”, l’attenzione si può focalizzare moltissimo sull’aspetto ritmico, non solo di accompagnamento ma anche solisticamente con figure come il quarto di tono, che è uno degli elementi basilari, impossibile ad esempio farne a meno nel blues.
Detto questo, fare 3 o 30 note non è certo quello il punto, il punto è che quando si suona non si può tenere a mente il solo obiettivo melodico o tecnico o comunque solo questi due, perchè non è il solo che ci aiuta ad arrivare alle persone. La natura umana è sollecitata prima di tutto dal senso ritmico e da quello espressivo ed è su questi che bisogna puntare per costruire solide fondamenta, cosa spesso dimenticata, a volte quasi addirittura snobbata.
Il pensiero comune è che prima e in maggior parte venga il lato tecnico-esecutivo e poi l’espressività dia solo pennellate qua e là per abbellire il tutto.
Io penso esattamente il contrario, penso che non siamo “operai” ma musicisti e che qualunque bravura tecnica vada costruita sull’espressività e non prima di essa.
Così nascono gli Hendrix o i Van Halen, così nasce chi ti strappa via lo stomaco alle prime note.
Il musicista, non solo strumentista, nella sua scala di valori trovandosi ad essere, in situazioni di improvvisazione, compositore ed esecutore allo stesso tempo (immediato), predilige concentrarsi sulle due caratteristiche principali da cui nasce il suddetto feeling.
Se notate bene i vecchi mostri sacri del blues e del rock (o prendete un pezzo di Jimi e fate prima) non suonano mai in battere o in levare spaccando il metronomo, ma oscillano sempre un capello quasi impercettibile che però fa una differenza enorme è ciò è fatto consapevolmente. Questa interpretazione ci fa battere il piede o ci fa sentire la classica “sensazione allo stomaco” ed è esattamente la stessa differenza che passa tra due lettori che leggono la stessa narrazione ma con due cadenze diverse: uno magari ci addormenta, l’altro ci esalta.

In buona sostanza, lento veloce, non è questo il punto, è solo il sostrato banale della cosa, ciò che è veramente importante è in che modo queste note o frasi sono realizzate, con quale intenzione.
Se fossero solo le note o le (spesso abusate) scale a trasmettere automaticamente certe sensazioni, allora non ci sarebbe differenza tra una pentatonica fatta da Hendrix, da uno qualunque come me o da un musicista cinese o egiziano antico.

Come si riconosce un chitarrista bravo, cioé un musicista? Tenendo conto quanto detto sopra lo senti sulla pelle anche chiudendo gli occhi.

Ricordiamoci, infatti, che siamo prima di tutto musicisti, non solo “chitarristi” in senso stretto, e che per lo più suoniamo in un ambito che ci permette di agire al massimo del nostro istinto e della nostra espressività; se cerchiamo di “elevarci” con discorsi di secondaria importanza secondo me sbagliamo direzione, ci chiudiamo da soli in strade senza uscita e rischiamo di ragionare come coloro che scelgono il chitarrista più bravo sulla base di che “scala” stanno usando… è una cosa deprimente…

Noi chitarristi, tra l’altro, abbiamo il brutto vizio di avere un punto di vista molto egoistico, nel ritenerci spesso i solisti per eccellenza o coloro che riescono ad arrivare per primi a chi ascolta, nel ritenerci gli unici o comunque i primi dispensatori di “emozioni”. Sarebbe bene eliminare dalla mente da subito questo mal-pensiero perchè nella realtà non è assolutamente vero, un assolo bello e originale è sicuramente qualcosa di importante, ma non lo è neanche 1/10 di un pezzo suonato da una band in cui i musicisti si ascoltano e sottolineano acciaccature, accenti e tutte quelle cose tali da smuovere (mentalmente e fisicamente) il pubblico che ha di fronte.

Se la gente non apprezza può dipendere sicuramente da tanti fattori ma attenzione ad una cosa: la gente non è stupida, salvo eccezioni. Il primo errore di chi suona live è quello di credere di essere un eletto di fronte a un pubblico di decelebrati. Ora, può essere vero che ogni luogo ha un suo tipo di pubblico (se vai a suonare progressive metal in un lounge bar ti prendi le tue responsabilità… ), ma per il resto ci sono molti più ascoltatori attenti in giro di quelli che immaginiamo, quindi se la gente non si muove o non applaude è perchè si sta annoiando o non sta ricevendo nessuno stimolo ed è sempre meglio virare prima sull’autocritica in questi casi, perchè spesso può voler dire che qualcosa non ha funzionato sul palco, non fuori.

Diceva bene Hendrix, la lotta ad essere il più “bravo” è sopravvalutata, “devi conoscere quel che c’è tra una nota e l’altra”.

hendrix

Elezioni gutturali

Sono appena tornato a casa, già stanco. Pochi minuti, che come ogni volta, riescono a farmi venire le gambe molli e un gran cerchio alla testa.
Sono andato a votare.
Mi sono alzato, vestito, sono passato dal bar sotto casa dove ho ingurgitato un dolce alle mele e un cappuccino, dopodiché, a testa “media”, mi sono incamminato verso la scuola elementare dove la sezione 201 mi stava aspettando, ridendo sotto i baffi della sua nuova preda. Si, perché è la prima volta, da quando mi sono trasferito, che voto a Firenze. Eppure, sembra tutto così familiare.
La scuola elementare, i disegni dei bambini attaccati al muro e le creazioni di cartapesta sui banchi all’entrata, segno di un’immaginazione e un’innocenza che non hanno idea del “dramma” che si sta invece consumando nelle poche aule del piano terra dove la gente fa la fila, poca a dire il vero, parlottando e con facce men che meno che convinte del perché ancora una volta si trovino lì, con in mano una carta che attesta un’identità di cui, ai piani alti, non frega niente a nessuno.

Entro nell’aula e in quel momento penso che la sensazione sia esattamente la stessa che si prova pronunciando la parola “gargarismo” oppure “ingollato” (attributo araldico che si applica alla pezza che finisce nelle fauci di animali), sensazione che non è solo un nodo in gola, è quella di star ingoiando qualcosa che hai assaporato male e masticato peggio e quasi per niente, con velocità e un certo disgusto.

Una rapida occhiata alle persone presenti, il mio nome scandito a voce alta col solito “può votare” a seguire (mai come oggi percepito più ironicamente) e via nella cabina 3, armato della solita matita copiativa (e per inciso, lo era davvero, al contrario di chi dice che stiano circolando matite dal segno cancellabile).

X… X…

Imbuca… imbuca…

Arrivederci…

Mi riavvio verso casa e ad ogni passo cerco nella mente la pronuncia di parole il più aperte possibile, prima che l’epiglottide collassi fino alla trachea.

In questi giorni si è fatto un gran parlare di voto utile. Tutti continuano a dire la propria, tutti a trovare un punto debole e a screditarsi l’un l’altro  portando prove a sostegno e denudando il prossimo davanti al mondo, facendo apparire chiara la sua arroganza nel voler ingannare il cittadino medio, platealmente e senza neanche provare a essere poco più furbo della media.
Ed il grande dilemma è che, a conti fatti, tutti sembrano ogni volta avere, chi più chi meno, ragione delle loro parole.

Parole.

Ho votato. Utile? “Bene”?
Non lo so, ma se la prossima volta sarò un po’ più felice nel percorrere la strada verso quella scuola elementare, vorrà dire che qualcosa, anche solo un pochino, è cambiata.

Woody Bananas

(S)Oggetti

Oggi è una giornata fredda, sui vetri delle finestre di camera vedo piccoli frammenti ghiacciati che non sembrano avere intenzione di sciogliersi a breve. Qui non c’è neve come pensavano tutti, piove e il vento già annuncia che anche quest’anno sta arrivando un Marzo che tutto vuole meno che darci un po’ di tregua.
Sto aspettando che mi passino a prendere e nel tentativo di riempire quel tempo non così breve per iniziare a prepararsi né abbastanza lungo per fare qualcosa di costruttivo, tra un aggiornamento facebook e una risposta alle mail accumulate, mi è capitato di guardarmi intorno e di fissare gli oggetti sparsi per la stanza.

A volte gli oggetti sono solo oggetti. Altre volte ci vedi qualcosa di più, ascolti quello che raccontano o gli stati d’animo che rappresentano.

La tazza di té tiepido, il tentativo di sbollire l’ultima serata e rimettere in sesto il bruciore di stomaco.
La (fortunatamente) piccola pila di bollette pagate e non pagate, l’ansia per quelle che stai aspettando.
Una custodia da viaggio per cd e dvd, piena dei film e della musica che preferisco, che ha fatto con me migliaia di km in questi anni.
Una videocamera che spunta al lato del monitor, forse il primo passo nel cambiamento che ho fatto quando ancora non sapevo dove mi avrebbe portato.
Un dvd didattico per chitarra sullo stile di Jimi Hendrix buttato malamente vicino ad amplificatore e chitarra, simbolo del mio rapporto di amore e odio con tutto ciò che è didattico in musica.
La mia chitarra preferita, la mia compagna di anni di speranze, chiusa nella custodia sotto il letto, ne ho quasi timore.
La coperta del letto caduta da un lato e le lenzuola ancora dense di odori che ti ricordano chi sei stato in questa settimana…
Una foto di parenti troppo lontani.
Le scarpette da running ancora nella posizione di quando le ho levate dai piedi senza neanche slacciarle, il senso di libertà, il momento in cui conta davvero stare soli e godersi il mondo dando importanza ad ogni singolo respiro.
Felpe impilate l’una sull’altra che mi ricordano di dover aggiustare il cassetto… la mia difficoltà ad aggiustare le cose.
Un buon libro sul comodino, che prima o poi riaprirò e, forse, terminerò di leggere.
Cacciaviti, soldi sparsi, un numero di telefono, qualche biglietto da visita… è tardi, adesso il tempo è davvero breve.

E io devo decidermi a mettere ordine in questa stanza.

Hendrix

2013, un buon anno per il (proprio) cambiamento

Vorrei riportare qui, come primo post del mio blog, alcuni passi tratti dall’editoriale di fine anno che ho scritto per la mia web community MusicOff.com, e che, malgrado il mese di distanza, è sicuramente un buon modo di affondare il mio primo passo nel territorio dei bloggers.

Anche questo 2012 è arrivato al suo termine, un numero che per chi è cresciuto nel secolo scorso, altra espressione “temibile”, fa davvero impressione, poiché supera abbondantemente alcune tra le creazioni più fantasiose del XX secolo; siamo, infatti, oramai 13 anni avanti alla sventura che portò i protagonisti di Spazio 1999 a vagare nel cosmo profondo, ben 11 anni dal 2001 e dalla ben nota Odissea sviluppata dalla mente dell’immenso Kubrick, e così via…
Ebbene, ecco arrivare il 2013, in barba ai Maya e ai catastrofisti, a tutti coloro che instillano la paura dell’ignoto e di maldestre previsioni ancestrali che hanno tutto del mito e niente della realtà.

È finito un anno certo non facile, in cui molte delle nostre certezze hanno svelato fondamenta tutt’altro che stabili, noi cresciuti nell’Italia della casa, dello studio per tutti, dell’unico lavoro per la vita, dell’abbondanza sui bisogni elementari, della famiglia unita ad ogni costo. Se dovessimo ascoltare quello che ci raccontano ogni giorno tramite i mezzi di diffusione di massa, il 2013 certo non sembra annunciare una qualsivoglia svolta epocale; ma, non so voi, penso che sia il caso di ribellarsi una volta per tutte al pessimismo, alla distribuzione randomica della colpa, al cinismo ed alla (finta) irrequietezza sociale che nascono dal “comandamento” secondo cui quest’anno la parola d’ordine è stata: “crisi”.
Se c’è una legge, una regola di vita o piuttosto un’ispirazione, una speranza, forse è proprio quella che nei momenti peggiori, quando siamo messi alle strette, ebbene è lì che vengono fuori gli artigli dei grandi, di chi non demorde, di chi riscopre in se stesso motivazioni e forze inaspettate.

[…]

L’editoriale proseguiva poi virando su valori e speranze più inerenti alla community, chi vuole può anche continuare a leggere qui .
Ciò che trovo sia importante, nel passo di cui sopra, è il sottolineare che l’abbandonarsi a certe dinamiche di vittimismo e pessimismo non sarà certo il punto di partenza di questo Blog, delle mie parole e tantomeno delle azioni.
Certo, a volte sorriderò, a volte mi incazzerò. A volte farò anche incazzare (sempre che qualcuno legga).
Ma, parafrasando Carl Sagan, se così non fosse… sarebbe uno spreco di spazio!

Sal

fearless