Elezioni gutturali

Sono appena tornato a casa, già stanco. Pochi minuti, che come ogni volta, riescono a farmi venire le gambe molli e un gran cerchio alla testa.
Sono andato a votare.
Mi sono alzato, vestito, sono passato dal bar sotto casa dove ho ingurgitato un dolce alle mele e un cappuccino, dopodiché, a testa “media”, mi sono incamminato verso la scuola elementare dove la sezione 201 mi stava aspettando, ridendo sotto i baffi della sua nuova preda. Si, perché è la prima volta, da quando mi sono trasferito, che voto a Firenze. Eppure, sembra tutto così familiare.
La scuola elementare, i disegni dei bambini attaccati al muro e le creazioni di cartapesta sui banchi all’entrata, segno di un’immaginazione e un’innocenza che non hanno idea del “dramma” che si sta invece consumando nelle poche aule del piano terra dove la gente fa la fila, poca a dire il vero, parlottando e con facce men che meno che convinte del perché ancora una volta si trovino lì, con in mano una carta che attesta un’identità di cui, ai piani alti, non frega niente a nessuno.

Entro nell’aula e in quel momento penso che la sensazione sia esattamente la stessa che si prova pronunciando la parola “gargarismo” oppure “ingollato” (attributo araldico che si applica alla pezza che finisce nelle fauci di animali), sensazione che non è solo un nodo in gola, è quella di star ingoiando qualcosa che hai assaporato male e masticato peggio e quasi per niente, con velocità e un certo disgusto.

Una rapida occhiata alle persone presenti, il mio nome scandito a voce alta col solito “può votare” a seguire (mai come oggi percepito più ironicamente) e via nella cabina 3, armato della solita matita copiativa (e per inciso, lo era davvero, al contrario di chi dice che stiano circolando matite dal segno cancellabile).

X… X…

Imbuca… imbuca…

Arrivederci…

Mi riavvio verso casa e ad ogni passo cerco nella mente la pronuncia di parole il più aperte possibile, prima che l’epiglottide collassi fino alla trachea.

In questi giorni si è fatto un gran parlare di voto utile. Tutti continuano a dire la propria, tutti a trovare un punto debole e a screditarsi l’un l’altro  portando prove a sostegno e denudando il prossimo davanti al mondo, facendo apparire chiara la sua arroganza nel voler ingannare il cittadino medio, platealmente e senza neanche provare a essere poco più furbo della media.
Ed il grande dilemma è che, a conti fatti, tutti sembrano ogni volta avere, chi più chi meno, ragione delle loro parole.

Parole.

Ho votato. Utile? “Bene”?
Non lo so, ma se la prossima volta sarò un po’ più felice nel percorrere la strada verso quella scuola elementare, vorrà dire che qualcosa, anche solo un pochino, è cambiata.

Woody Bananas

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